Sede dell’Ordine dei Medici

Dopo aver effettuato un tirocinio al TAC (studio di architettura americano) con Walter Gropius (Cambridge, Massachusetts 1961-63) e il praticantato, nel 1971 il giovane architetto Piero Sartogo si affacciò sul mondo dell’architettura con il progetto per la realizzazione della nuova Sede dell’Ordine dei Medici a Roma, edificio immediatamente riconosciuto come monumento dell’architettura contemporanea.  La progettazione in studio dell’edificio inizia nel 1966, con la collaborazione degli architetti Carlo Fegiz e Domenico Gimigliano; dove nonostante i vari problemi con la committenza la messa in opera del cantiere inizia nel 1970 e i lavori si concludono nel 1972.
L’edificio è ubicato in via Giovanni Battista de Rossi, quartiere morfologicamente uniforme con un tessuto composto prevalentemente da villini e palazzine del primo Novecento. La scelta progettuale della nuova costruzione rompe il linguaggio architettonico delle preesistenze e crea nuove relazioni visive e spaziali, attraverso le sue superfici e specchiature, andando a creare un labirinto di immagini su ogni suo prospetto. Il basamento cubico si articola in due piani ipogei rispetto al livello stradale creando una cavea aperta data dalle pareti della struttura e quelle della strada, spazio utilizzato come giardino. Esso rappresenta figurativamente il tronco di un albero e per questo è stato usato il cemento armato a vista, per indentificare la robustezza della base e la sua funzionalità.  Di fatto ospita i servizi aperti al pubblico, l’auditorium (500 sedute) e la biblioteca, mentre il piano più basso accoglie i garage, l’archivio e la tipografia; questi spazi si articolano attraverso pieni e vuoti e percorsi delineati da passerelle esterne e interne. Al piano terra è ubicato l’atrio di accesso, da cui si accede dalla strada tramite una passerella libera, che distribuisce al salone dell’albo, ai punti informazione, ai posti di lavoro attrezzati e all’emeroteca; questo corpo è rientrato rispetto alle volumetrie sottostanti, creando un movimento di luce e ombre. La grande sala dell’albo è immediatamente riconoscibile dalle sue vetrate a tutta altezza su due piani che appoggia direttamente sul grande cubo del basamento. A questa è affiancata, al primo piano, la sala riunioni, un elemento totalmente a sbalzo rispetto all’ingresso che delinea il cambio di funzione e l’importanza all’interno della volumetria. Ogni prospetto presenta ampie finestrature che corrono lungo i vari volumi e che delineano gli spazi. Nei due piani superiori si cambia linguaggio stilistico e materico: si sovrappone un nuovo ordine che crea una totale rottura sia con il contesto e sia con il basamento stesso. Questa distinzione è rimarcata da una fascia nera in lastra continua che crea una dualità tra le due scelte linguistiche.  Questi ultimi piani ospitano le funzioni di uffici e spazi amministrativi, quindi indentificando degli spazi privati, non accessibili a tutti rispetto a quelli basamentali, invece adibiti al pubblico; ciò comporta la creazione di spazi diversi, non identificabili dall’esterno nella loro tripartizione. Difatti questi presentano prospetti continui dati dalle finestre a nastro che seguono orizzontalmente la grande linea di separazione della lastra nera; inoltre, le finestre presentano un’inclinazione verso l’esterno delle pareti vetrate con montanti in acciaio. Il progetto ingegneristico per la realizzazione della struttura fu affidato all’ingegnere Antonio Michetti, il quale crea una struttura mista in acciaio e calcestruzzo. Per i piani superiori si usa una struttura in acciaio che permette grandi luci a livello strutturale, mentre dal piano terra si articola una nuova struttura in cemento armato che presenta una maglia più fitta, date le necessità statiche e che permette alla struttura in acciaio di appoggiarsi ad essa senza problemi.

Casa-Studio di Marcello Piacentini

Marcello Piacentini, architetto, urbanista e accademico italiano, è stato  protagonista sulla scena dell’architettura italiana nel 1910-1940 e fortemente polemizzato nel Dopoguerra a causa del suo legame con il regime. Operò intensamente in tutta Italia, ma durante il periodo fascista fu soprattutto a Roma che ebbe incarichi di particolare rilevanza. Tra il 1929 e il 1932, nell’area del Lungotevere, più precisamente nel tratto di Tor di Nona, progettò e diresse la costruzione di un edifico residenziale che, oltre ad accogliere alcuni appartamenti signorili, diventò la sede del suo studio di progettazione. In origine il progetto prevedeva una struttura in cemento armato composta da cinque piani fuori terra affaccianti sul Lungotevere e di sette su Via Tor di Nona. Questa scelta fu obbligata dall’orografia del lotto sul quale nasce l’edifico, l’area si sviluppa su due quote differenti, quella più alta del Lungotevere e quella più bassa di Via Tor di Nona. L’ingresso posizionato sul lato destro del prospetto principale conduceva, prima di arrivare al corpo scala, ad un giardino pensile privato delimitato da eleganti cancellate in ferro battuto e pilastri rivestiti in travertino. Sul fondo era posizionata la portineria dal cui interno si accedeva tramite una scala all’appartamento di servizio posto al piano inferiore. Sulla sinistra una mezza rampa portava ad un piano rialzato nel quale era dislocato un primo appartamento. La scelta progettuale di realizzare questo piano fu la soluzione per dare luce all’appartamento del portiere che altrimenti avrebbe avuto come unico affaccio Via Tor di Nona lasciandone la metà opposta totalmente interrata. I primi tre piani destinati ad abitazioni sono identici e questo si evince chiaramente anche  dal prospetto mentre è negli ultimi due che l’architetto crea uno stacco e decide di posizionarvi il proprio studio. In questi piani le aperture sono più ampie per dare maggiore illuminazione agli ambienti interni destinati al disegno e alla progettazione e il travertino che disegnava il basamento e incorniciava le finestre dei piani inferiori crea una linea di demarcazione, una linea di terra dalla quale nasce e si sviluppa lo studio. Riuscì a creare uno stile originale ed eclettico che tendeva alla monumentalità tipica delle tendenze estetiche del tempo. Lo studio chiuse durante la guerra e riaprì nel 1945 anno in cui iniziò a progettare un ampliamento di due piani con il fine di annettervi la sua residenza trasformandolo nella Casa-Studio che oggi possiamo ammirare.

 

Casa di lavoro dei Ciechi di Guerra

Iniziata la costruzione intorno agli anni ’30 del Novecento, nel 1931 viene inaugurata a Roma la Casa di Lavoro dei Ciechi di guerra dell’Architetto Pietro Aschieri. L’edificio, per la sua morfologia e per il suo trattamento delle superfici, mette in mostra la capacità e la forza del razionalismo romano di far collaborare il proprio linguaggio con un sistema attento al contesto. Collocata nel quartiere Trieste a Roma, la struttura occupa poco più di un quarto della superficie a disposizione. Qui convivono il gusto per l’aspetto monumentale, lo studio sui pieni e sui vuoti, ed infine il dinamismo plastico. L’architetto Aschieri volge a suo favore le condizioni di pendenza del terreno di forma quadrangolare ma con il lato a sud curvilineo, progettando un complesso formato da due corpi facilmente distinguibili e collegati tra loro, dividendo il lotto restante con cortili aperti e giardini indipendenti con diversa destinazione. Il primo è un volume a “C”, arretrato rispetto a via Parenzo e distribuito intorno ad un cortile centrale sopra una serie di terrazzamenti; al suo interno sono presenti laboratori e locali di servizio, mentre alle estremità si possono individuare due ambienti semicircolari caratterizzati da fasce verticali vetrate in contrasto con superfici chiare lisce. L’estremità a sud costituisce la cerniera con l’altra parte dell’edificio. Questo volume segue il profilo della via, sviluppando così un prospetto curvilineo. Al suo interno sono compresi il salone delle riunioni, delle conferenze e delle audizioni musicali ed al piano superiore sono presenti le abitazioni dei ciechi e del personale di servizio, mentre al centro dell’intero edificio è posizionata la cappella. Il collegamento dei due differenti corpi viene messo in risalto da una scala e da un portale che permette l’ingresso all’interno del complesso. Tutto l’effetto architettonico è basato sul gioco dei volumi semplici in rapporto con volumi pieni e vuoti con l’assenza assoluta della decorazione: perfino il portale d’accesso perde il suo significato monumentale rispetto all’intero complesso. Il trattamento delle superfici esterne rafforza la differenza tra le diverse parti dell’edificio. Il prospetto curvilineo si affaccia direttamente su strada caratterizzato dall’alternanza tra fasce concave, la successione di cornici sovrapposte per le finestre e la cornice arretrata in sommità sono tutti elementi che definiscono un ritmo dal gusto monumentale. Questa scansione sembra perdersi nel corpo a “C” definito da finestre regolari, ma caratterizzata le fasce vetrate che accentuano la verticalità con elementi trasparenti e non più opachi. La cura del dettaglio è sottolineata dal colore e dai diversi materiali trascurando l’aspetto decorativo ridotto al minimo: il grigio viene usato per gli elementi particolari; il rosso per le finestre in acciaio; il verde per ringhiere e cancelli; il portale di ingresso e i gradini sono in travertino. Negli anni successivi il complesso è oggetto di modifiche che trasformano l’assetto originale. Nel 1941, vengono realizzati i magazzini al di sotto della corte dei laboratori secondo un progetto dello stesso Aschieri. L’abbandono della funzione originaria e il conseguente degrado negli anni successivi al conflitto mondiale hanno reso per molto tempo irriconoscibile l’edificio. Nel 1994 l’edificio è stato oggetto di un intervento di restauro ad opera dello Studio Passarelli che ha riportato l’edificio all’immagine originale, mentre gli spazi interni sono stati adeguati alla nuova funzione universitaria, in quanto ora sede della Facoltà di Giurisprudenza dell’università LUISS.

Il Tempio-Duomo di Pozzuoli

Rione Terra, luogo dov’è collocato il Tempio- Duomo, è il nucleo insediativo più antico della città di Pozzuoli.  Dopo anni di abbandono, oggi ha un nuovo futuro grazie al bando di progettazione e restauro promosso dalla regione.  La Basilica minore di San Procolo Martire è la cattedrale della diocesi di Pozzuoli e il Duomo della città omonima, si presenta come l’unione di due realtà apparentemente opposte: il Tempio classico e la Chiesa tardo – barocca, da qui l’identificazione del monumento con il nome di Tempio – Duomo. Il tempio fu costruito dall’architetto Lucio Cocceio Aucto sui resti di un precedente tempio di età repubblicana risalente al 194 a.C., presenta una pianta rettangolare, misura 15 x 23,50 metri ed è orientato con l’ingresso principale a sud. Si presentava come un tempio pseudo-periptero esastilo, con nove colonne scanalate sui lati lunghi di ordine corinzio e con due rampe laterali ascendenti al basamento del pronao. La cella era di forma quadrata e fu costruita con blocchi di marmo bianco connessi tra loro senza l’impiego di malta. In questa maniera fu realizzato anche il resto dell’edificio. Fu inglobato nell’ampliamento della nuova cattedrale, distruggendo la parte frontale ed abbassando la quota del pavimento a 37,16 m. Nel 1538 il tempio subì gravi danni e il vescovo Gian Matteo Castaldo lo restaurò dandogli una nuova connotazione sull’assetto cristiano. Verso la fine del V secolo e gli inizi del VI, con l’utilizzazione integrale delle strutture architettoniche di età augustea, fu costruita la chiesa cristiana dedicata a San Procolo. Inizialmente si trattò di un semplice adattamento, non essendo la nuova destinazione distributiva e funzionale tanto diversa da quella precedente. Qualche manomissione strutturale del tempio di Augusto fu apportata nei secoli XIV e XV con la creazione delle cappelle gentilizie, addossate all’esterno dei muri perimetrali. Il vescovo Martín de León y Cárdenas, avviò la ricostruzione del duomo. Si realizzò un nuovo coro in collegamento con la sala Capitolare, oggi ricoperta da affreschi;  la costruzione di un nuovo campanile, demolito nel 1968; e, all’interno del duomo, la realizzazione di una cappella sormontata all’esterno da una cupola maiolicata e decorata all’interno con marmi. Nel luglio 2003 la regione Campania ha bandito un Concorso internazionale di progettazione per il Restauro del monumento per trovare la migliore soluzione di restauro e di valorizzazione che restituisse all’uso quotidiano questo complesso monumentale. Il progetto vincitore “Elogio del Palinsesto” di Marco Dezzi Bardeschi restituisce il complesso alla sua storia e alla sua città, nel rispetto della sua duplice valenza e funzione sia archeologica che di culto.

Piscina coperta al Foro Italico

All’interno del Foro Italico, simmetricamente all’Accademia di educazione fisica rispetto all’Obelisco Mussolini, è situato il Palazzo delle Terme progettato da Costantino Costantini. La piscina è parte di un sistema composto da due corpi di fabbrica paralleli con le testate monumentali unite da un corpo trasversale pensile. Nello specifico il volume di sinistra ulteriormente semplificato in un parallelepipedo ospita le piscine coperte, quello di destra è composto dall’Auditorium della RAI e dall’Istituto Superiore di Educazione Fisica (un tempo l’Accademia di musica), infine il sovrappasso che unisce le due ali ospita la piscina pensile e una piccola sala convegni (l’ex palestra del Duce).

Il progetto affidato a Costantini nel 1935, nella pianta segue l’impostazione generale del progetto per le piscine di Del Debbio che aveva già disegnato le fondazioni. L’edificio, attualmente in concessione del CONI, occupa una superficie di circa mq. 4000, costruito con un’ossatura in cemento armato e murature in mattoni; per le facciate il colore scelto è il rosso pompeiano che rimanda ideologicamente alla tradizione romana dell’impero, mentre le decorazioni architettonico-decorative sono in marmo di Carrara comprese le numerose statue disposte nei prospetti e nell’interno.

La pianta del “Palazzo delle Terme” è pressoché un rettangolo con accesso sul lato corto, al piano terra nella zona centrale del salone di m. 61 x 30 è situata la grande piscina di m. 50 x 18 utilizzata per gare ufficiali di pallanuoto e allenamenti di tuffi, ha una profondità che varia tra 1.4 e i 5 m e una capacità di 3 milioni di litri d’acqua. Sia la piscina grande che quella pensile sono rivestite in marmo di Carrara intervallate da file di marmo bardiglio. Il pavimento che circonda la piscina è rivestito in mosaico bianco e nero con motivi acquatici ispirati a temi romani classici, mentre i mosaici parietali raffigurano diversi atleti. Su questo livello sono collocati gli spogliatoi, i bagni e un vano con impianti all’avanguardia per produzione di vapore e sistema di depurazione dell’acqua. La piscina è in comunicazione tramite una balconata con il salone al piano rialzato dove sono situati i servizi di ristoro, era presente inoltre un’aula per cure elioterapiche artificiali con lampade a raggi ultravioletti e un solarium per cure elioterapiche naturali sul tetto dell’edificio. La grande piscina è collegata con un ascensore alla Palestra del Duce. Su uno dei due lati lunghi della vasca, una vetrata consente alla luce naturale di entrare nell’ambiente principale mentre sul lato opposto una gradinata può ospitare fino a duemila persone. Al piano superiore c’è invece la piscina pensile in origine scuola nuoto per giovani Balilla e Avanguardista, questa ha una superficie di 25 x 8 m con una profondità tra i 0.4 e i 1.8 m, si trova in un ambiente rettangolare, da cui riceve la luce del giorno da quattordici grandi finestre lungo i suoi due lati maggiori e da un lucernario in ferro battuto collegato ad un sistema meccanizzato che ne permette l’apertura verso l’esterno, la copertura piana dell’edificio è sorretta da sedici colonne in cemento armato rivestito in marmo di carrara.

Come tutto il Foro, il Palazzo delle Terme ha subito diversi interventi per le Olimpiadi del 1960, Italia 90 e il FINA World del 1994, questi hanno comportato la sostituzione degli infissi in legno con altri in alluminio, la rimozione delle cornici originali sulla facciata sud, la sostituzione delle malte, la sostituzione degli arredi, la riprogettazione dei servizi e il rinnovo dei sistemi di depurazione delle acque. Inoltre, le esigenze microclimatiche di questo ambiente comportano la produzione di notevoli quantità di vapore acqueo e quindi un aumento di umidità relativa che provoca la formazione di muffe e condensa sulle pareti, quest’ultima contenendo tracce di cloro può essere dannosa per gli elementi strutturali. Impianti di questo genere, dotati di impianti tecnici sofisticati e che comportano un’elevata spesa di energia, richiedono una manutenzione costante. Sono difficili, però, da trovare soluzioni che consentano di mantenere in funzione questo tipo di strutture (indispensabile per la propria conservazione nel tempo), considerate le attuali esigenze e i nuovi requisiti richiesti dalle normative vigenti e conservare intatta la materia originale.

Stadio Flaminio

Per le Olimpiadi di Roma del 1960, il Comitato Olimpico decise di realizzare un nuovo stadio per il calcio attraverso la demolizione dello stadio esistente nell’ansa Flaminia. Lo “Stadio Nazionale” era stato progettato nel 1908 da Marcello Piacentini per l’Esposizione del 1911 e ampliato nel 1927 dallo stesso Piacentini per realizzare lo “Stadio del Partito Nazionale Fascista”. (poi denominato nel 1949 “Stadio Torino”. L’esigenza principale era l’aumento della capienza di 20.000 posti delle gradonate (attraverso l’ampliamento con un aggetto a 6 mt di altezza e la conservazione del perimetro alla base, in modo da non richiedere modifiche di Piano Regolatore). Pier Luigi e Antonio Nervi parteciparono all’appalto-concorso con la “Ingg. Nervi & Bartoli spa”, che stava contemporaneamente realizzando il Palazzetto dello Sport.

In origine, l’impianto poteva contenere 55.000 spettatori che venivano distribuiti nei diversi settori attraverso una serie continua di ballatoi esterni a sbalzo, una soluzione che si segnalava per la sua originalità. Il progetto prevede al di sotto delle gradinate, come prescritto dal bando, alcune attrezzature secondarie: una piscina, una palestra di pugilato, una palestra di atletica pesante, una palestra di scherma, una palestra di ginnastica, che possono funzionare in maniera del tutto indipendente.

La struttura portante è formata da 90 telai in calcestruzzo armato, tra loro collegati da strutture secondarie, su cui poggiano le gradinate costituite da elementi prefabbricati, anch’essi in c.a. Particolare è la soluzione della pensilina di copertura della tribuna principale composta di due parti distinte; la prima (che è gettata in opera e si appoggia su telai esterni e su puntoni inclinati), porta la seconda, composta da elementi prefabbricati a piè d’opera con uno sbalzo di 14,54 metri. Sotto la pensilina, erano in origine collocate le postazioni per i giornalisti e le cabine per radiocronisti e telecronisti. I lavori di costruzione iniziarono nel luglio 1957, durarono poco più di un anno e mezzo e l’inaugurazione avvenne il 18 marzo 1959.

Nel corso degli anni diversi sono stati gli usi dell’impianto e le relative trasformazioni o adeguamenti: negli anni ‘80 furono sostituite le torri-faro e studiate nuove soluzioni dal CONI per l’eliminazione dei posti in piedi, per le barriere tra i diversi settori e per le recinzioni esterne.  In quel periodo, il Flaminio è stato anche teatro di concerti di rock band famose, nel frattempo però, l’impianto ha subito un processo di progressivo degrado che dura tuttora.  Dal 2000 al 2010 lo Stadio ha ospitato il Campionato “Sei Nazioni” di Rugby, successivamente la Federazione Italiana Rugby ha rinunciato alla concessione per l’impossibilità di realizzare un raddoppio della capienza della struttura. Nel 2007, in occasione dei lavori per l’ampliamento degli spalti dello Stadio Flaminio e la realizzazione delle scale di emergenza sono stati individuati importanti resti archeologici di una necropoli, probabilmente parte di sistema più ampio ancora da indagare.

Nel 2020 si è concluso il lavoro per il Piano di conservazione dello Stadio Flaminio a cura dell’Università La Sapienza di Roma, l’Associazione Pier Luigi Nervi Project e DOCOMOMO Italia, in convenzione con Roma Capitale, proprietaria dell’immobile, finanziato dal programma Keeping It Modern, della Getty Foundation. Per l’occasione è stato sviluppato e testato un nuovo approccio H-BIM (Heritage BIM) finalizzato non al progetto, ma alla tutela e alla conservazione dell’opera, per una ricostruzione filologica del progetto, un’analisi del degrado e una gestione dei dati di implementazione. A seguito del rinnovato interesse per lo Stadio, la Soprintendenza Speciale di Roma Capitale ha inserito lo Stadio Flaminio tra i beni culturali protetti in un sistema a rete con le altre architetture progettate da Pier Luigi Nervi per le Olimpiadi del 1960.

Lo Stadio Flaminio si sposa perfettamente con la definizione di architettura strutturale: un’architettura in cui le funzioni portanti e di contenimento sono espletate da elementi diversi e chiaramente identificabili; così, il sistema strutturale, svolgendo solo un ruolo portante, è visibile dall’interno e dall’esterno caratterizzando l’aspetto complessivo. Se negli stadi si raggiunge l’eccellenza progettuale quando struttura, involucro e finiture esprimono a tutte le scale, dalla forma complessiva fino al più piccolo dettaglio, un unico concetto funzionale, ricco ed espressivo, lo Stadio Flaminio l’ha sicuramente raggiunta.

Ile Seguin, Jardin de Préfiguration

L’Ile Seguin è un’isola della Senna situata non lontano dal centro di Parigi che, tra il 1898 e il 1992, è stata una delle più importanti sedi produttive della casa automobilistica Renault. Con la chiusura dell’impianto, il sito è stato abbandonato. Dopo un lungo processo di consultazioni e dibattiti per definire le basi della trasformazione urbanistica di questo ampio settore urbano, nel 2003 il Comune di Boulogne-Billancourt ha istituito la ZAC (Zona di Sviluppo) denominata Ile Seguin – Rives de Seine.

Il progetto Ile Seguin – Rives de Seine comprende un’area di 74 ettari (una superficie pari ad oltre 6 volte quella di Potsdamer a Berlino, pari a 12 ettari). L’area d’intervento è suddivisa in tre settori: Le Trapèze (37,5 ha), un settore misto di alloggi, uffici, servizi commerciali pubblici e aree verdi che coinvolge l’area occupata dalle vecchie officine della Renault; L’Ile Seguin (11,5 ha), destinata ad ospitare un polo di innovazione internazionale connesso ai settori della musica e delle arti creative; Le Quartier du Pont de Sèvres (25 ha), quartiere residenziale degli anni ’70 da riqualificare e integrare col tessuto circostante.

Il Jardin de Préfiguration è stato il primo spazio ad aprire al pubblico. Il nome scelto per il parco si riferisce all’intento di Michel Desvignes  ̶  il suo progettista   ̶  di prefigurare, cioè di anticipare, il futuro sviluppo dell’isola suggerendo non solo l’insieme dei nuovi spazi previsti ma anche le loro nuove funzioni. Visto quindi il suo destino di lunga convivenza con il cantiere in corso sull’Ile Seguine, il giardino di prefigurazione non è pensato e non si presenta come uno spazio sofisticato e formalmente compiuto ma si compone di spazi in grado di evolvere nel tempo, al ritmo della trasformazione complessiva dell’intero quartiere. L’isola è quasi completamente artificiale, i percorsi e la perimetrazione dei prati e delle aree vegetate rileggono la posizione delle presse industriali, suggerendone allineamenti e ritmo. Così il giardino si articola su due livelli: i percorsi sono più alti e svincolati dalla vegetazione che, in alcuni punti, si trova ad un livello inferiore rispetto ai primi. Nei punti di accesso al parco, la pavimentazione è realizzata in lastre di cemento che, lungo i percorsi secondari si alternano con la sabbia stabilizzata.

Il giardino mette in scena il cantiere industriale in maniera ludica alternando “spazi provvisori” per l’incontro e il tempo libero, buche di sabbia e terreni da gioco per i bambini, prati per il passeggio, un piccolo spazio per ospitare piccoli eventi. Gli arredi, progettati da Inessa Hansch, sono realizzati con pannelli per casseforme in legno a tre strati preverniciati con resina melamminica resistente agli agenti atmosferici. La resina gialla e luminosa rivela il disegno del legno e dona agli arredi una presenza gioiosa. Gli elementi lignei sono assemblati in modo rudimentale, semplicemente sovrapposti e avvitati. L’utilizzo di arredi fabbricati con materiali di cantiere consente di stabilire un facile contatto fra la popolazione dei quartieri circostanti e lo spazio in via di trasformazione che caratterizza il resto dell’isola. Per contenere il budget, la lunghezza del modulo base degli arredi corrisponde alla larghezza dei pannelli di casseratura (ri)utilizzati, così che il taglio dei piani, delle sedute, dei montanti e dei distanziali che compongono i tavoli e le panche consente di ridurre al minimo gli sprechi. Per l’ombreggiamento, sono state realizzate una serie di strutture con tubolari di ponteggi tra cui sono tese delle reti.

L’opportunità di modulare la porzione accessibile del parco e di variare gli orari di apertura a seconda delle stagioni si avvale dell’uso di griglie metalliche e recinzioni trasparenti che lo circondano e ne permettono una connessione visiva con il contesto, rispetto ai cui cambiamenti il parco stesso è un punto di osservazione privilegiato.

Gli orti didattici e una serie di pannelli informativi permettono ai visitatori di conoscere i temi chiave dell’intervento di paesaggio e la fase di attuazione del progetto generale.

Per quanto riguarda la vegetazione, Michel Desvigne ha previsto la piantumazione di specie vegetali temporanee, la cui struttura è dettata da filari di giovani Salici (Salix). In generale, al fine di contenere i costi di manutenzione e gestione del parco, sono impiegate specie autoctone di arbusti ed alberi, come la Buddleja (Buddleja davidii), le Betulle (Betula) e i Pioppi (Populus).

Le acque piovane e superficiali sono convogliate in ampie vasche sotterranee dove vengono raccolte, filtrate e finalmente scaricate nella Senna; in caso di forti precipitazioni, i giardini a quota più bassa, piantumati con specie igrofile, funzionano come bacini di prima ritenzione.

Il Jardin de Préfiguration ha fatto dell’ Ile Seguin non solo un nuovo spazio urbano, ma un rinnovato affaccio e punto di vista su Parigi e sui rilievi naturali che la circondano. Il progetto del parco ha saputo identificarsi come vero e proprio intervento di rigenerazione urbana che rispetta e integra la storia passata, presente e futura dell’isola.

Piazza delle Pietre d’Italia

Il progetto del Memoriale della Grande Guerra “Casa della III Armata” di Fogliano Redipuglia prende avvio dalla riconfigurazione degli spazi esterni ai piedi del Colle Sant’Elia, prospiciente il grande Sacrario Militare. Il progetto fu suddiviso in un primo stralcio funzionale per la realizzazione di una grande area che misura l’estensione bidimensionale di una superficie quadrata di venti metri di lato. Si tratta della prima testimonianza di una serie di opere incentrate sul restauro conservativo del Sacrario Militare di Redipuglia e sulla ridefinizione del ruolo della “Casa della III Armata” all’interno del Parco della Rimembranza.

Gli spazi antistanti la Casa della III Armata erano prevalentemente utilizzati come aree di transito e sosta per i veicoli dei turisti e del personale. Questo uso carrabile degli spazi compresi tra la Casa e la strada regionale 305 di Redipuglia era rafforzato dalla presenza di una rotatoria, la cui isola centrale era rimarcata in elevato da una siepe a forma di stella che si trova quasi perfettamente in asse con il Sacrario. Il progetto di riconfigurazione degli spazi esterni ha previsto innanzitutto la chiusura al traffico veicolare degli spazi antistanti la Casa della III Armata, per favorire la relazione visiva e percettiva tra il Sacrario, la Casa e il colle Sant’Elia. Il tappeto diviene, quindi, il naturale recapito geometrico del Sacrario e cerniera visiva dei percorsi che convogliano tutte le direzioni principali. La sua figura quadrata restituisce dignità formale a uno spazio dai margini indefiniti e scarsamente relazionati con il contesto. All’interno di questo quadrato di 20 metri di lato sono collocate 8.047 pietre, una per ogni Comune italiano, assemblate secondo un motivo geometrico di scomposizione triangolare della forma quadrata, riferibile alle decorazioni lapidee realizzate secondo l’antica tecnica dell’opus sectile, rielaborata agli inizi del ‘900 dalla scuola del Bauhaus in opere pittoriche e di tessitoria, principalmente nel lavoro di Anni Albers. Dopo aver ultimato la rimozione della pavimentazione esistente e abbattuto gli alberi malfermi, il pavimento è stato montato a secco su una struttura di sostegno incassata nel terreno, un sistema costituito da una serie di supporti in acciaio, dimensionati per sostenere i carichi di progetto, sormontati da una griglia metallica sulla quale le singole pietre vengono fissate mediante ancoraggi chimici. Ogni pietra è separata dalle altre in modo da consentire all’impianto d’illuminazione sottostante di lasciar filtrare la luce prigioniera tra le fughe delle pietre. In tal modo, di notte il tappeto lapideo si trasforma in un braciere, una lampada che prosegue l’illuminazione del Sacrario verso la Casa della III Armata offrendo al visitatore uno spazio segnato dal passaggio tenue delle scie luminose sulla superficie naturale della pietra.

La gravità delle pietre frazionate e l’energia luminosa che tende alla loro rarefazione sono pensate come una densa sintesi poetica in cui alle tinte e alle tessiture materiche delle pietre d’Italia si associa il controluce: la sagoma litica in ombra si staglia così su un fondale luminoso, evidenziando i contorni nel passaggio tra i campi a tonalità chiara e quelli a tonalità scura. Grazie a questa modalità figurale quasi elementare, si è approdati a un sottile gioco sintattico in forte dialogo complementare con il Sacrario da un lato e la Casa dall’altro.

Il Tappeto delle Pietre d’Italia trova, tra gli altri, un ulteriore riferimento iconografico nella scena finale del film Schindler’s list, nella quale tutti i sopravvissuti del ghetto di Varsavia passano, uno dopo l’altro, sulla tomba del loro salvatore a deporre una pietra. Le pietre sono infatti legame e memoria, ricordo che si trasfigura in un alto simbolo di riconoscenza, attraverso un passaggio spirituale ininterrotto tra le generazioni; le pietre, come gli uomini, sono “figlie della terra” e conservano una bellezza senza tempo perché contengono la storia dell’uomo, il suo sapere, e perché sono testimoni mute di vita e di morte, di eterna memoria e della forza stessa della vita.

 

 

Corso Trento e Trieste

Lanciano, comune abruzzese in provincia di Chieti, centro più importante della Val di Sangro, è stato recentemente oggetto di un progetto di riqualificazione urbana che mira a restituire agli abitanti uno spazio fruibile in cui sviluppare nuove forme di socialità comunitaria.

Il progetto deriva da una convenzione tra il Comune di Lanciano, lo studio RicciSpaini Architetti Associati e il Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza Università di Roma che introduce al tema della riqualificazione del Sistema Pubblico di Corso Trento e Trieste.
La natura dell’incarico si incentra sulla riqualificazione dell’asse urbano per la sua completa ridefinizione come ambito pedonale relazionato agli usi commerciali e per le grandi manifestazioni culturali e religiose.

Il team di progetto, sotto il coordinamento  scientifico e progettuale di Orazio Carpenzano e Mosé Ricci, è stato chiamato ad elaborare una proposta per la completa ridefinizione del lungo tracciato rettilineo che, dal nucleo antico, struttura l’asse di espansione urbana per concludersi nel grande spazio verde dell’ex-ippodromo. Lo storico asse urbano tracciato dall’arch. Filippo Sargiacomo, che  prefigurava il nuovo sviluppo della città fino alla villa pubblica dell’area conventuale di Sant’Antonio di Padova, viene restituito alla collettività come ambito pedonale relazionato agli usi commerciali e per le grandi manifestazioni culturali e religiose.
Lanciano s’identifica nel suo Corso, largo e assolato, con un forte cielo prospettico che lo copre per tutta la sua lunghezza come un tetto istoriato, potente in tutte le ore del giorno.

L’intervento di nuova pavimentazione dell’intero Corso Trento e Trieste mira a restituire coerenza semantica alla direttrice urbana, ora penalizzata da un uso promiscuo pedonale/veicolare, esaltando il carattere formale rettilineo dell’asse: un grande tappeto, formalmente concluso, connotato da una precisa geometria, che si estende nella sua tessitura di sfondo sull’intera carreggiata, riammagliandosi ove possibile alla pavimentazione esistente in lastre di basalto.
La restituzione di identità e dignità formale dell’asse si risolve in una operazione di ridisegno pavimentale che riprende alcuni motivi decorativi della tradizione abruzzese. Marazzi ha contribuito a realizzare le ambiziose proposte progettuali che volevano tradurre in forma materica la complessa geometria della Presentosa, il tradizionale gioiello femminile abruzzese. La pavimentazione infatti si mostra come un ampio pattern geometrico, che si estende sull’intera carreggiata, realizzato con il gres porcellanato a doppio caricamento SistemN 20 mm di Marazzi nelle nuance Sabbia e Grafite, tagliato ad hoc su disegno dei progettisti. SistemN è un gres porcellanato all’avanguardia la cui tecnologia di realizzazione ha permesso di creare un prodotto custom e di intervenire, laddove necessario, con lavorazioni personalizzate, sfruttando elevate prestazioni tecniche senza perdere la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di colorazioni raffinate.

A favorire una maggior sicurezza per i pedoni, verranno pareggiate le quote degli attuali marciapiedi con quelle della sede carrabile, intervento funzionale anche all’eliminazione delle barriere architettoniche.
Il progetto prevede una forte integrazione delle modalità di fruizione del Corso in termini di agibilità, fatti salvi i mezzi di igiene urbana, soccorso e forze dell’ordine, i mezzi di rifornimento merci (in fasce orarie prestabilite), l’assoluto divieto di sosta, il coinvolgimento di aree adiacenti interdipendenti per l’accessibilità. All’interno del nuovo sistema sono state altresì studiate opportune modalità di fruizione commerciale e pedonale attraverso la presenza di strutture adeguate alla sosta pubblica legata alla presenza di servizi commerciali. Il progetto dello spazio pubblico viene attraverso le componenti di luce, colori e materiali, affrontando tematiche innovative sul risparmio energetico e connettività wireless alle reti informatiche.

 

Hostel Wadi

Hostel Wadi, progettato dallo studio Bernardo Secchi & Paola Viganò e costruito fra il 2011 e il 2013, è un ostello della gioventù situato nel centro ricreativo e di educazione civica ed ambientale di Hoge Rielen, nei pressi di Kasterlee, in Belgio. L’opera fa parte di una serie di progetti manifesto che lo studio ha concepito, interpretando i concetti di isotropia e porosità validi alle diverse scale, da quella metropolitana a quella architettonica della struttura ricettiva. Il progetto si inserisce all’interno del Masterplan del 2004 concepito dallo studio per la riorganizzazione dell’area, una foresta di aghifoglie di 300 ettari rimasta fino al 1974 dominio militare, in quanto ex deposito di munizioni della Royal Navy durante la Seconda Guerra Mondiale.

In particolare, l’ostello costituisce la testata più alta di una contact strip (letteralmente “striscia di contatto”) trasversale che corre in direzione Nord-Sud e che connette tutte le funzioni pubbliche e di prossimità dell’area (oltre alla struttura in esame ci sono uno spazio multifunzionale, il teatro all’aperto, l’area pic-nic). Così come il progetto alla grande scala si configura nella relazione fra i tre paesaggi identitari del luogo, ovvero il militare, il naturale e l’educativo, Hostel Wadi ne costituisce la sintesi alla scala umana. Si tratta infatti di un’architettura del paesaggio e nel paesaggio, fortemente connotata nei suoi aspetti formali e morfologici. Nell’impianto perfettamente circolare si delinea un gesto progettuale netto e quasi didascalico di appropriazione dello spazio naturale, che l’edificio recinta e con cui allo stesso tempo si relaziona. La pineta inscritta all’interno del patio può essere goduta soltanto affacciandosi dal giardino d’inverno, uno spazio che è allo stesso tempo interno ed esterno, comune e privato. Anche la composizione d’insieme dell’edificio ricalca il concept generale del progetto. Le 20 camere ad un piano si dispongono in modo sequenziale intorno a un corridoio completamente vetrato interno e con una facciata chiusa e più serrata all’esterno. Questa circolazione continua viene interrotta soltanto nelle campate di accesso al patio ed è garantita dalla struttura balloon-frame a doppia parete isolata.

La concezione sostenibile ed ecologica del progetto si esprime attraverso tutti gli elementi compositivi. Infatti l’edificio (che accumula calore in inverno grazie al corridoio-serra interno, mentre raffresca in estate le aree comuni attraverso il tetto a sbalzo) funziona come un dispositivo bioclimatico. Stesso ruolo assume il tetto verde il quale, oltre a “mimetizzarsi” quasi con il paesaggio circostante, contribuisce con il suo spessore di 10 cm all’isolamento termico generale. Anche l’uso del materiale prevalente, il legno, è concepito seguendo il principio di ecosostenibilità che è alla base del progetto. A partire dalla struttura a pilastri e dalle pareti a telaio, fino ai rivestimenti interni delle camere ed esterni delle pareti, queste ultime in listelli di larice. Quest’essenza di legno è stata scelta, oltre che per le caratteristiche di resistenza, anche per la sua colorazione che col tempo vira verso i toni del grigio, come grigi sono i tronchi di pino all’interno del cerchio. Secondo gli stessi principi è stato scelto il materiale della pavimentazione in pannelli di betonwood, in modo da garantire la transizione fra la freddezza del cemento esterno e il calore del legno interno.

Infine, dal punto di vista formale e tipologico sono molti gli elementi che rendono quest’edificio al tempo stesso iconico ed innovativo. La contemporaneità della forma circolare si unisce alla classicità data dal “colonnato” in legno che sorregge il tetto leggermente inclinato verso l’interno a voler richiamare l’impluvium romano. All’antica tradizione di raccolta delle acque meteoriche rimanda il nome stesso dell’edificio: wadi è infatti in arabo il letto di un torrente, un canale in cui scorre un corso d’acqua a carattere non perenne. Si tratta quindi di un edificio che interpreta un tema compositivo, quello del recinto, sicuramente in modo planimetricamente letterale, come dispositivo che circoscrive e custodisce la pineta, ma allo stesso tempo ne ribalta continuamente il significato al livello di percezione dello spazio, nell’ibridazione fra spazi interni ed esterni e nella funzione di doppio filtro in entrata e in uscita.