Control and Operations Center COC

In Colombia, più di 200.000 km di autostrade sono state costruite esclusivamente per la connettività logistica, senza dare benefici alle comunità rurali e aumentando la disuguaglianza sociale. El Equipo Mazzanti ha proposto una Rete di Corridoi Produttivi e Sostenibili, trasformando gli esistenti centri di controllo stradale in Centri Comunitari Rurali. Questi centri mirano a fornire istruzione, sviluppo economico, cibo e intrattenimento per le aree rurali, arricchendo così la vita di queste comunità.

Rivolti alle comunità più povere lungo le autostrade, i centri rurali offrono accesso a internet, formazione continua per gli agricoltori, centri di raccolta di prodotti regionali, mercati pubblici, intrattenimento, cinema all’aperto, sport e concorsi di talenti. Storicamente, le aree rurali della Colombia mancano di opzioni di intrattenimento per i contadini, specialmente per i giovani. Attualmente, due progetti sono in funzione: il Centro Comunitario Puente Iglesias e il Centro Comunitario Bolombolo. Questi prototipi adattabili creano spazi complementari al riposo, moltiplicando le possibilità di accessibilità rurale e sviluppo sostenibile, estendendo programmi culturali tipicamente confinati alle aree urbane. La sfida è stata integrare l’architettura del paesaggio lungo le autostrade per sostenere le esigenze dei contadini colombiani, onorando al contempo le tradizioni costruttive regionali e il paesaggio tropicale. La strategia rivaluta le architetture locali rurali e produttive, garantendo l’integrazione attraverso spazi intermedi che consentono la continuità delle condizioni e delle tradizioni del paesaggio. Questi interventi potenziano le capacità produttive, educative, ricreative e collettive per trasformare la ruralità della Colombia.

Questo modello di intervento verrà attuato lungo la vasta rete autostradale, utilizzando infrastrutture flessibili in grado di integrarsi con il contesto naturale, della mobilità, architettonico e, soprattutto, sociale. Restituisce ai viaggiatori un senso del luogo in chiave contemporanea e un uso innovativo degli spazi, mettendo in risalto le preesistenze architettoniche e le tradizioni del paesaggio. Riflette il potenziale delle strade come intermediari per connettere territori, strutture verdi, culture, persone e conoscenze, favorendo gli scambi tra i paesaggi rurali e della mobilità e promuovendo la continuità territoriale delle tradizioni architettoniche di ogni regione.

Il CCO è un centro di servizi stradali progettato per fungere da punto d’incontro per gli utenti dell’autostrada. È concepito come un hub che riunisce aree ricreative, punti di sosta e punti di informazione turistica sulla regione.

Il progetto mira ad avere un forte impatto sociale a livello regionale, cercando di diventare un punto di riferimento urbano riconoscibile nell’area. L’obiettivo è promuovere lo sviluppo turistico di La Pintada, che si sta progressivamente affermando come località di vacanza per chi proviene da Medellín.

 

In Colombia, more than 200,000 km of highways have been built exclusively for logistical connectivity, failing to benefit rural communities and widening social inequality. El Equipo Mazzanti proposed a Network of Productive and Sustainable Corridors, transforming existing road control centers into Rural Community Centers. These centers aim to provide education, economic development, food, and entertainment for rural areas, thus enriching the lives of these communities.

Targeting the poorest communities along highways, the rural centers offer internet access, continued education for farmers, regional product collection centers, public markets, entertainment, outdoor cinemas, sports, and talent competitions. Historically, Colombia’s rural areas lack entertainment options for farmers, especially the youth. Currently, two projects are in operation: the Puente Iglesias Community Center and the Bolombolo Community Center. These adaptable prototypes create spaces complimentary to rest, multiplying the possibilities for rural accessibility and sustainable development, extending cultural programs typically confined to urban areas. The challenge was integrating landscape architecture along highways to support Colombian farmers’ needs while honoring regional construction traditions and the tropical landscape. The strategy revalues rural and productive local architectures, ensuring integration through intermediate spaces that allow continuity of landscape conditions
and traditions. These interventions boost the productive, educational, recreational, and collective capacities to transform Colombia’s rurality.

This action model will be implemented along the extensive highways, using adaptable infrastructure that integrates with the natural, mobility, architectural, and notably with the social landscape. It gives travelers a contemporary sense of place and innovative space utilization, highlighting existing architecture and landscape traditions. This sustainable project strategy revisits tradition, revalues rural conditions, and becomes a cultural reference within the landscape. It reflects the potential of roads as intermediaries to connect territories, green structures, cultures, people, and knowledge, fostering exchanges between rural and mobility landscapes and promoting territorial continuity of each region’s architectural traditions.

The CCO is a roadway service center designed to serve as a meeting point for highway users. It is conceived as a hub that brings together recreational areas, rest stops, and tourist information points about the region.

The project aims to have a high social impact at the regional level, seeking to become a recognizable urban landmark in the area. It is intended to boost the tourism development of La Pintada, which is currently being positioned as a resort town for visitors from Medellín.

Marinilla Educational Park

Il Parco Educativo di Marinilla offre alla propria comunità uno spazio in cui le identità culturali possono esprimersi, farsi riconoscere e, soprattutto, essere promosse e preservate. L’edificio è stato concepito come uno spazio aperto, dove elementi fondamentali della cultura Paisa  come il giardinaggio, coltivare, suonare la chitarra, bere il caffè o semplicemente riposare su un’amaca, prendono vita attorno ad aule didattiche che, grazie al il clima mite della regione, si mantengono in costante dialogo con l’esterno e con il paesaggio naturale della città.

Il parco educativo mira a diventare un luogo di aggregazione incentrato sull’apprendimento, inteso come un processo di costruzione del sapere attraverso il dialogo tra le persone e il loro ambiente, sia naturale che costruito. Molto più di un semplice edificio, il Parco Educativo di Marinilla si configura come spazio pubblico a tutti gli effetti.

L’edificio opera come un sistema concepito attorno all’idea di crescita ed espansione, generando opportunità spaziali in grado di rispondere alle necessità e alle aspirazioni dei futuri fruitori. Può essere considerato come una rete incompiuta di spazi che possono connettersi con componenti simili per amplificare il suo impatto all’interno del tessuto urbano.

 

The Marinilla Educational Park offers its community a space where cultural identities can be expressed, recognized, and, most importantly, promoted and preserved. The building was conceived as an open space, where key elements of Paisa culture such as gardening, planting, playing the guitar, drinking coffee, or simply resting in a hammock take place around classrooms that, thanks to the region’s spring-like climate, are constantly open to the weather and the natural environment of the city.

The educational park aims to become a meeting place centered around learning, understood as a practice based on the construction of knowledge through dialogue between people and their natural and built environments. More than just a building, the Marinilla Educational Park is a public space in itself.

The building functions as a system designed around the idea of growth and expansion, allowing it to create spatial opportunities that respond to the needs and desires of future users. It can be considered an unfinished network of spaces that can connect with similar components to amplify its impact  within the urban fabric.

Expansion of the Fundación Santa Fe de Bogotá

Spesso percepiamo gli ospedali come ambienti inospitali, e consideriamo normale non sentirci a nostro agio al loro interno. Di norma, l’architettura ospedaliera risponde a logiche di efficienza e funzionalità, basate sulla tecnologia. Noi riteniamo, invece, che oltre all’efficienza progettuale sia fondamentale concepire spazi incentrati sull’accoglienza e sul benessere del paziente, dei suoi familiari e del personale medico. L’obiettivo è non ridurre l’individuo alla sua sola malattia, riconoscendo che la persona nutre bisogni emotivi e ha bisogni emotivi e aspettative che vanno oltre la guarigione.

L’obiettivo del progetto per la Fundación Santa Fe de Bogotá è introdurre funzioni che non appartengono allo spazio ospedaliero tradizionale, delle vere e proprie anomalie in grado di allontanare gli utenti dall’atmosfera opprimente e di disagio che tipicamente caratterizza questi ambienti. Queste nuove destinazioni d’uso consentono ai pazienti di vivere momenti di vita quotidiana, come piantare alberi, prendersi cura delle piantine, prendere il sole in un giardino tropicale, osservare il volo delle farfalle, guardare i bambini giocare, ascoltare i suoni della città da un balcone, annaffiare le piante, guardare un film o ascoltare un concerto. Tali attività arricchiscono l’ambiente e generano spazi dedicati al relax e allo svago, integrandoli come parte attiva del processo di guarigione.

 

We often perceive hospitals as uncomfortable places and consider it normal not to feel at ease in them. Hospitals are usually architectural responses focused on efficiency and utility, based on technology. However, we believe that in addition to designing efficiently, it is essential to create spaces centered on welcoming and caring for the patient, their family, and medical staff. It’s about not reducing the patient solely to their illness; it’s about recognizing that they have emotional needs and expectations that go beyond healing.

The aim of the Fundación Santa Fe de Bogotá hospital project is to introduce uses that do not belong to the traditional hospital space anomalies that take users out of the uncomfortable and heavy atmosphere typically found in such environments. These new uses allow patients to experience moments of everyday life, such as planting trees and plants, caring for seedlings, sunbathing in a tropical garden, watching butterflies fly, seeing children play, listening to the city from a balcony, watering plants, watching movies, or listening to concerts. These activities enrich the environment and create spaces for relaxation and enjoyment as part of the healing process.

Modular System for 21 Preschools in Atlántico

Il progetto si basa su un design modulare e sistematico che, ad oggi, ha portato alla realizzazione di 21 strutture prescolastiche inserite in diversi contesti urbani e periurbani. Più che un singolo oggetto architettonico concepito per un sito specifico, si tratta di un sistema aperto basato su moduli, in grado di adattarsi a mutevoli condizioni topografiche, urbane e di programma. I concetti fondanti di funzione ed efficienza in architettura vengono messi in discussione in quest’opera attraverso l’idea del gioco, inteso come un dispositivo spaziale che favorisce l’esplorazione di nuove esperienze cognitive.

Concepiti come un sistema, gli spazi educativi si articolano in moduli indipendenti e autosufficienti, accomunati da un processo costruttivo rapido e semplificato. Tale configurazione permette al sistema di rispondere alle specifiche esigenze spaziali di ciascun programma e di integrarsi liberamente nel contesto: può piegarsi, arretrare (per generare spazi centrali o corti interne), oppure ruotare per accogliere elementi preesistenti come alberi, specchi d’acqua o la naturale conformazione del terreno.

 

The project is a modular and systematic design that has so far resulted in 21 preschools built in various urban and peri-urban environments. Rather than being a single architectural object designed specifically for one place or location, it is an open system composed of modules, capable of adapting to different topographic, urban, and programmatic conditions. The core notions of function and efficiency in architecture are challenged in this project through the concept of play, understood as a spatial idea that supports the exploration of new cognitive experiences.

Designed as a system, the educational spaces are presented as independent, self-sufficient modules that also share a fast and simple construction process. This organization allows the system to respond to the spatial conditions of each program and to integrate freely with its context: it can fold, retract (to create central spaces or courtyards), or rotate to accommodate pre-existing features such as trees, ponds, or natural terrain.

Barrancabermeja Sports Roof Prototype

Questo progetto mira a creare uno spazio permeabile che restituisca reale centralità al ruolo dell’elemento comunitario, il quale si moltiplica e si aggrega in moduli base o complementari, dando vita a una struttura flessibile, capace di crescere e trasformarsi nel tempo. Un’ampia copertura generativa prende forma da un sistema di elementi interconnessi e sollevati, consentendo alle preesistenze e alle peculiarità del luogo di compenetrare gli spazi interni. Una sequenza di percezioni fisiche dettate da fattori naturali, come umidità, calore, freddo o luminosità, integrata da sistemi controllati di filtraggio della luce, ventilazione e nebulizzazione, uniti a installazioni sonore e d’acqua, genera un’atmosfera spontanea in grado di riconnettere intimamente le persone e i loro corpi con la natura circostante.

La struttura opera come un dispositivo atto a incentivare ogni sorta di attività, di natura sportiva, ludica, economica, accademica, culturale e sociale, avvalendosi della sua conformazione aperta, concepita per favorire l’interazione tra le persone e l’ambiente naturale. Il progetto è definito dalla forma degli alberi e degli arbusti, la quale determina se la struttura debba piegarsi, dilatarsi o avvolgersi attorno ad essi.

This project aims to create an open space that gives true relevance to the role of the community piece that multiplies and unites in a base module or a complementary module, making an adaptable and progressively growing and transforming structure. A vast generative ceiling emerges from a series of connected and raised pieces that allow existing and unique realities of its location to infiltrate within its interiors. A sequence of physical perceptions based on natural factors such as humidity, heat, cold or luminosity accompanied by controlled elements like light filtration, fans and aspersers, or sound and water implementations, create a spontaneous atmosphere that makes people sensitive to their own bodies’ relationship with nature.

The structure acts as a tool for promoting any sort of activities ranging from sportive, ludic, economic, academic and cultural, to social, taking advantage of its open kind that suggests interactions between people and with nature. The design is defined by the trees’ and bushes’ shape, which determines if the structure bends, expands or wraps around them.

Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto

Edoardo Tresoldi è un artista italiano noto per l’uso della rete metallica come strumento espressivo per creare architetture trasparenti che dialogano con lo spazio e la memoria. L’artista gioca con la trasparenza della rete puntando a una propria poetica che unisce classicismo e contemporaneità, rendendo visibile l’invisibile.
L’opera si inserisce nel sito archeologico di Siponto, accanto alla Basilica di Santa Maria Maggiore. L’intervento si colloca su resti di una basilica paleocristiana del IV–V secolo, poi distrutta. La scelta del luogo riflette la volontà del MiC e della Soprintendenza di rilanciare il parco, con un progetto innovativo che vuole aprire nuove prospettive per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale.
Opera contemporanea che non invade, ma ascolta e accoglie, si fonde con il paesaggio antico, intrecciando un dialogo profondo tra il tempo della storia e quello dell’arte. La forza espressiva dell’opera risiede nella sua capacità di unire arte, paesaggio, storia e ambiente in un unico linguaggio visivo. In questo modo, diventa una nuova forma di restauro artistico, una reinterpretazione contemporanea dell’archeologia che trova nell’arte attuale un mezzo per riscrivere il passato senza snaturarlo.
È un ponte invisibile tra passato e presente, un gesto poetico che trasforma il restauro in visione, e la memoria in esperienza. In questa fusione tra arte, natura e rovine, prende vita una nuova idea di conservazione: non come ricostruzione, ma come interpretazione sensibile, capace di rivelare l’anima profonda dei luoghi.
La basilica è “ricostruita” con 4.500 m2 di rete elettrosaldata zincata (Esafort Cavatorta), alta fino a 14 metri, per un peso totale di circa 7 tonnellate.
Tipologicamente ricalca una basilica a tre navate con abside, mantenendo una spazialità aperta e permeabile.
La rete metallica consente un dialogo con il paesaggio, la luce, gli agenti atmosferici e le rovine. Non vi sono impianti visibili, e l’intervento è reversibile. La sostenibilità è garantita dal basso impatto ambientale, dalla leggerezza strutturale e dalla durabilità del materiale.

Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Tor Vergata

Il secondo polo universitario di Roma Tor Vergata si sviluppa su un territorio di oltre 500 ettari, individuato nel settore orientale della città, tra la Casilina a nord, la A1 a sud ed il Grande Raccordo Anulare ad ovest, la seconda Università di Roma nell’impianto generale riprende, triplicata, la forma del Circo di Massenzio. Tale forma si configura fisicamente con l’anello pedonale e dalle alberature poste in sequenza compatta, imprimendosi sul terreno lasciando tuttavia leggere l’irregolarità delle preesistenze naturali insieme al principale asse campestre esistente, che viene a trovarsi con andamento obliquo rispetto al Circo. Lungo i suoi bordi si dispongono perpendicolarmente le diverse Facoltà.

 La Facoltà di Medicina e Chirurgia insieme al complesso dei servizi di assistenza e cura del Policlinico, ha una particolare collocazione nell’assetto urbano, essa infatti è posta come fondale dell’asse campestre fiancheggiato dalla serie delle altre Facoltà. L’area destinata ad accoglierla si estende tra il Fosso del Cavaliere e il confine dell’area universitaria; sul fianco nord è a contatto con il Policlinico ed il parco archeologico. Il terreno è in leggera pendenza scendendo di circa sei metri dal confine verso il fosso, condizione questa opportunamente sfruttata nell’adagiare gli edifici sul terreno. I collegamenti viari principali avvengono da est tramite le strade interne al nucleo urbanizzato, da cui i mezzi privati raggiungono le aree di sosta e di parcheggio, mentre da ovest, sulla piazza, è l’arrivo del trasporto pubblico.

Chi, da questo lato, arriva alla piazza vede sul fondale il lungo e basso profilo delle aule interrotto dall’emergente corpo dei servizi generali di Facoltà, caratterizzato dalla copertura voltata, e dietro la sequenza parallela delle torri che ospitano le aule di riunione e gli studioli delle sei aree scientifiche.

La Facoltà raccoglie in sé i caratteri planimetrici dell’impianto urbano del campus, come la leggera rotazione del corpo dei servizi generali, rispetto al parallelismo delle corti e delle torri dipartimentali, la perpendicolarità di questi rispetto al corpo lineare delle aule per la didattica, e la naturalezza delle sistemazioni esterne e del fabbricato per il riposo ed il ristoro.

I diversi corpi di fabbrica sono raggruppati in fasce parallele: il fronte lineare delle piccole aule, i semicilindri delle grandi aule a gradoni, i corpi dei seminari e quelli dei laboratori, le torri degli studi, i corpi dei servizi di ricerca, il “cuneo” dei servizi di ristoro. Le fasce costituiscono raggruppamenti di ambienti funzionalmente omogenei, mentre le sequenze di corpi a queste perpendicolari raccolgono gli ambienti relativi a ciascuna delle sei aree didattico-scientifiche. Il sistema dei percorsi interni, a fianco delle aule e sotto le torri dipartimentali, percorre l’intera Facoltà, esso è costituito da un doppio ordine di percorsi o gallerie trasversali, che alimentano i tre percorsi perpendicolari attraversando l’insieme dei nuclei componenti ciascuna area scientifica. L’intero piano seminterrato è destinato ai collegamenti veicolari, ai parcheggi e alle sottocentrali degli impianti; questa semplice trama, tangente a tutti i sistemi di percorso verticale, garantisce (come mostra lo schema grafico) un facile orientamento entro l’intero complesso.

In definitiva le fasce costituiscono raggruppamenti di ambienti funzionalmente omogenei mentre le sequenze dei corpi di fabbrica a queste perpendicolari raccolgono gli ambienti relativi a ciascuna delle sei aree.

Una molteplicità di elementi che, opportunamente correlati fra loro e raggruppati in sottosistemi, costituiscono un paesaggio variato di costruzioni e di spazi vuoti diversamente pavimentati o alberati. Il nucleo dei servizi generali di Facoltà è inserito fra gli edifici delle sei aree scientifiche in posizione quasi baricentrica e tale da interrompere la monotonia delle serie.

La ricca articolazione volumetrica non compromette il rigore del processo industrializzato di costruzione; questo avviene con l’uso di un unico sistema strutturale e tecnologico come quello della prefabbricazione. Alla tecnologia di base sono integrati altri sistemi come quelli previsti per la copertura dei grandi spazi, realizzata in legno lamellare.

Salvo che nei nuclei delle grandi aule, ed in quello dei servizi generali, sono stati adottati corpi di fabbrica semplici, di piccolo spessore in modo da avere facilità nell’illuminazione e nella ventilazione naturali.

Descrizione dei singoli corpi di fabbrica (vedi lo schema)

  1. I tre fabbricati A, B, C (aule normali e grandi aule) sono settori del fronte della Facoltà affacciato sul piazzale ad ovest, fronte completato dal fabbricato D che si inserisce tra il corpo A e il corpo B. I tre settori sono uguali dal piano terreno alla copertura, mentre differiscono nel piano seminterrato. Ognuno è costituito da un corpo di fabbrica lineare doppio, aule e corridoio, e da un corpo semicilindrico destinato alle grandi aule. Il semicilindro si affianca al corpo lineare lungo il suo piano di sezione che risulta in tal modo tangente al primo percorso trasversale. Nella direttrice perpendicolare alla linea di sutura i due volumi sono bisecati da un asse di simmetria bilaterale. Il corpo lineare si svolge su tre piani fuori terra, mentre l’altro si svolge su due.

La hall centrale è il luogo di convergenza di tutti i percorsi orizzontali e verticali. Essa è lambita dal porticato che percorre tutto il fronte ovest della Facoltà e congiunge quindi i tre nuclei fra loro e con il nucleo dei servizi generali contenuti nel fabbricato D. Dalla hall, al primo piano, una breve galleria collega le aule con i laboratori didattici e gli spazi per le attività seminariali.

  1. I fabbricati E, F, G (laboratori didattici, spazi per seminari, laboratori di ricerca, direzioni aree scientifiche, biblioteche dipartimentali, studi per i docenti, parcheggi coperti) sono collegati rispettivamente con A, B, C da una galleria vetrata pensile; tre collegamenti mettono in relazione l’insieme delle aule destinate all’insegnamento teorico con i laboratori didattici ed i seminari delle sei aree scientifiche. Ogni collegamento serve dunque due aree che a partire da questo punto di contatto si svolgono poi indipendentemente.

Il settore dei seminari, un corpo di fabbrica doppio, è rivolto a ponente, i due contigui sono perpendicolari, su corpo triplo, ed hanno i laboratori rivolti a sud e i servizi a nord.

Il secondo percorso trasversale, la galleria dorsale al primo piano lambisce i sei nuclei dipartimentali ove hanno sede le direzioni scientifiche ed amministrative. I sei nuclei proseguono in verticale con struttura turriforme ospitando in successione biblioteca, aule di riunione, seminari, studi singoli raccolti in piccole aree tranquille.

  1. Il fabbricato D (atrio generale, biblioteca di Facoltà, aula magna, presidenza) è inserito tra i fabbricati fra loro paralleli, secondo una direzione leggermente obliqua. Esso infatti ha il suo asse maggiore allineato con l’asse campestre al quale fa da sfondo. Questa leggera rotazione rompe la serialità degli altri fabbricati e fa risaltare la sua presenza di luogo centrale dei servizi più rappresentativi. Esso è costituito da due corpi laterali che bordano l’area centrale più larga destinato dei grandi spazi della hall, della biblioteca e dell’aula magna.
  2. Il fabbricato H (servizi di supporto alla ricerca) sorge distaccato sul bordo settentrionale dell’area, in una posizione che gli consente di essere servito direttamente dalla strada di circolazione esterna e, dal lato opposto, dal piazzale di parcheggio interno.

Tipologicamente si tratta di un edificio lineare a corpo quintuplo.

  1. Il fabbricato I (mensa e bar) doveva sorgere isolato nella piazzetta antistante l’aula magna per rafforzare l’idea dell’architettura della Facoltà quale aggregazione di fabbricati, quasi si trattasse di un microcosmo urbano. Il suo volume, fortemente caratterizzato in copertura, doveva riconnettere visivamente il fabbricato H con i fabbricati F e G.
  2. Il fabbricato L (centrale impianti) è separato dal complesso degli edifici della Facoltà.

Dopo la soluzione progettuale di concorso del 1986, sono state elaborate due versioni che possiamo chiamare A e B. Il progetto della versione B è stato finora realizzato per circa tre quarti, ne è rimasta esclusa, per successivi ampliamenti, una delle tre unità didattico-scientifiche. Rispetto alla versione A, durante l’esecuzione del complesso si è dovuto rinunciare all’assetto della piazzetta orientale, con il corpo di accesso all’aula magna e il “cuneo” dei servizi di ristoro.

Complesso Universitario di Tor Vergata, Roma

Nel 1986, anno del concorso per la realizzazione dell’Università “Tor Vergata”, l’area destinata al complesso universitario, già individuata nel Piano Regolatore del 1962, era ormai largamente compromessa dall’abusivismo edilizio che ne aveva occupato ampie zone a partire dai margini verso il centro, in maniera irregolare. L’idea iniziale del gruppo Lambertucci, Studio Valle e Giancarlo Rosa era stata quella di procedere, nel dare ordine, in senso inverso dal centro verso i margini, dando una forma precisa e riconoscibile ad una fascia centrale inedificata con andamento est-ovest; Rosa, che aveva affrontato questo tema nel Corso di Progettazione di Quaroni, propose un impianto nella forma degli antichi circhi romani e il Circo di Massenzio, lungo 600 m, era il riferimento perfetto per la planimetria della nuova università, ubicata sulla stessa latitudine a 6 km verso est. Una forma archetipa che ritroviamo nel Campus universitario della Virginia di Thomas Jefferson a Charlottesville, con i padiglioni allineati attorno alla grande Esplanade, un prato ascendente verso l’edificio della Rotunda; e troviamo persino nel borgo di San Martino al Cimino, nella Tuscia laziale.

Nella proposta progettuale la forma del grande circo, più che raddoppiata rispetto a quella degli antichi, è ottenuta sommando concentricamente, lungo anelli viari pedonali, fasce edificate a destinazione omogenea alternate a masse arboree, che danno continuità alle costruzioni nella definizione dell’area verde centrale.

L’impianto proposto, riprende parallelamente la direzione est-ovest degli insediamenti edilizi circostanti, e si pone sul terreno lasciando nello stesso tempo trasparire le irregolarità delle preesistenze naturali, insieme al principale asse campestre esistente, che viene a trovarsi con andamento obliquo rispetto agli anelli pedonali; due fossi attraversano l’area da sud a nord, quello ad est arricchisce il parco tra il Centro dei servizi e le Aree Biomediche.

La viabilità veicolare corre esterna al vasto complesso, lungo le zone di contatto con le edificazioni ormai esistenti, e funge da raccordo con le stesse nell’intento di ristrutturarne il settore urbano: un grande anello perimetrale che assume così configurazioni chiaramente regolate dalla geometria nelle zone centrali; da esso, è possibile accedere direttamente alle aree dei parcheggi auto che trovandosi così alle spalle degli edifici universitari, lasciano l’area verde del Campus completamente libera dalla circolazione veicolare, configurandosi come un vero parco urbano. L’asse longitudinale est-ovest, strada campestre di oltre due chilometri, si sovrappone in maniera obliqua alla sequenza di crinali e di fossati che attraversano dolcemente il terreno.

Una tangenziale veicolare Nord-Sud di collegamento interquartiere, con svincolo sulla via Casilina, attraversa in galleria la zona centrale dove si trovano il Rettorato e tutti i servizi sociali e culturali di Ateneo, che così raccolti costituiscono il centro rappresentativo, la “Piazza”, di questa città universitaria, città che vuole relazionarsi al contesto, dialogando sia con le interessanti preesistenze romane dell’antica via Labicana, che con i nuclei di edificazione abusiva.

L’impianto urbano del complesso di Tor Vergata si presenta quindi come una parte di città conclusa, una cittadella aperta, analogica alla città consolidata, con la sua parte centrale luogo degli incontri e della direzionalità e con la corona periferica degli opifici.

La Piazza è attraversata dall’asse obliquo, percorribile solo da veicoli elettrici; un vasto specchio d’acqua riflette le grandi aule semicircolari.

L’impianto architettonico, così definito, risponde alla contraddizione di fondo posta dal Piano di Assetto Generale, una struttura molto flessibile, capace di adeguamenti nel tempo per assecondare possibili mutazioni, e al contempo un impianto dalle caratteristiche formali e simboliche definite. La soluzione proposta è stata quella di un impianto urbano connotato morfologicamente e caratterizzato da una forte immagine, che tuttavia ammette al suo interno interventi di diversa natura progettuale ampliabili e modificabili nel tempo; il disegno di un “luogo” in grado di stabilire un rapporto tra questa parte di città ed altri luoghi emergenti di Roma.

Si evidenziano quindi tre sistemi: la viabilità, il verde, il costruito.

Il sistema pedonale ricalca la forma del Circo con due anelli concentrici: quello interno lambisce l’area verde centrale, mentre il secondo intercetta le diverse Aree disciplinari disposte perpendicolarmente, tra le corti aperte della didattica e i corpi lineari dei Dipartimenti.

Un insieme di assi trasversali nord-sud collegano gli anelli sovrappassando a ponte l’area verde centrale; gli anelli partono ambedue dalla Piazza ed arrivano, girando parallelamente ai percorsi pedonali nord-sud, all’Area degli studi biomedici, mentre gli edifici del Rettorato risultano ruotati per aver seguito l’andamento dell’asse campestre.

I vincoli delle preesistenze architettoniche e ambientali interagiscono col progetto; così il rilevato, su cui sorge l’edificio del “boccone del povero”, accoglie il complesso del Rettorato e degli edifici sociali e culturali, divenendo il centro rappresentativo dell’insediamento.

La tutela di queste antiche presenze, nel quadro di una più generale tutela storica del paesaggio, è facilitata dal tipo di impianto edilizio, assai articolato, diffuso e non vincolato da leggi geometriche costrittive, che ha consentito di recuperare gli antichi tracciati come rete diffusa di percorsi pedonali alberati che intersecano tutta l’area.

Le residenze universitarie e le attrezzature sportive occupano nella zona sud un triangolo esterno che, con la base sull’autostrada, incunea il vertice verso il centro dell’insediamento universitario

La nuova organizzazione dipartimentale universitaria ha comportato un’articolazione funzionale dell’ateneo in servizi generali, servizi didattici e servizi di ricerca, servizi di assistenza e degenza, evitando una distinzione per unità corrispondenti a specifiche Facoltà; l’organizzazione delle singole aree scientifiche è quindi basata su un sistema distributivo a maglia, ove i percorsi interdipartimentali collegano ambienti a destinazione omogenea, mentre i percorsi dipartimentali, perpendicolari agli altri, collegano zone a diversa destinazione d’uso; la metafora del circo si traduce in un assetto che consente un diffuso grado di urbanità senza ricorrere all’alta concentrazione edilizia.

Cinque nuclei principali sono distinguibili entro il sistema anulare: a Sud le aree degli studi Umanistici, e l’area degli studi Matematici, Naturali; ad Est l’area degli studi Biomedici costituisce, con la sequenza delle torri dipartimentali, la testata dell’insediamento in prossimità dei servizi di assistenza e cura del Policlinico; infine l’area degli studi Giuridici e l’area degli studi Tecnologico-progettuali si attesta sulla fascia Nord in prossimità della tangenziale.

Da una attenta lettura degli elaborati grafici emerge una paziente ricerca di riconnessione, di ricucitura, di restituzione di senso, applicato lungo i margini dell’area. Nel tempo l’impianto planimetrico generale è stato oggetto di diverse varianti di cui tre sono quelle più significative.

La prima (24.7.86) mostra la forma del circo divaricata secondo la direzione della strada campestre obliqua; le alberature compatte lungo l’anello pedonale occupano gli spazi liberi tra i corpi edilizi. L’anello pedonale attraversa le aree disciplinari in posizione intermedia tra le aule didattiche e i dipartimenti mentre le semicorti della didattica sono aperte sull’anello pedonale.

La seconda è quella di Concorso: l’anello pedonale varia nel disporre paralleli i due bracci del circo, di conseguenza tutti i corpi di fabbrica da essi serviti, cioè anche quelli settentrionali diventano paralleli a quelli meridionali. Unica eccezione solo il complesso del Rettorato che rimane ruotato, conservando la direzione della strada campestre. Il sistema del verde, prati e alberature, seguono gli orientamenti pedonali; le aree edificate si dividono nei cinque gruppi disciplinari con quella degli studi biomedici posta lungo il lato pedonale meridionale all’estremità est, mentre nella zona di nord-est sono posizionati i servizi di Assistenza e il Policlinico. In questa variante anche le semicorti sono, allo stesso modo, aperte verso sud.

Nella terza variante, riconducibile al progetto esecutivo del marzo ‘89, le differenze riguardano: la distribuzione delle aree disciplinari lungo l’anello pedonale, dove è evidente lo spostamento dell’area biomedica a fianco del Policlinico mentre l’anello veicolare perimetrale, non è richiuso nell’arco orientale. Le semicorti sono tutte aperte verso il parco centrale.

Come spesso accade nel corso della realizzazione di un’opera pubblica, diversi e molteplici sono stati i condizionamenti esterni che hanno alterato l’idea originaria; tre le sostanziali e principali modifiche che sono andate a scapito del progetto, privandolo di alcune peculiari qualità:

  • l’’asse Campestre, che dettava l’orientamento all’area centrale dei servizi, è stato sostituito da una comune strada veicolare non più obliqua ma parallela a tutti gli edifici;
  • il Rettorato e la Chiesa sono stati spostati a sud, risultando di fatto isolati. L’anello veicolare perimetrale è richiuso a est, “isolando” di fatto l’area Biomedica e il Policlinico dall’intero insediamento e andando a porsi nell’area verde dove scorre uno dei corsi d’acqua;
  • mentre quello ad ovest si trova a lambire gli edifici che ora concludono l’area ad ovest, escludendo la parte estrema con il semicerchio pedonale, ad oggi non ancora realizzata.

Casa vacanze a Ofir

La Casa Vacanze a Ofir sorge nei pressi di una zona balneare sulla costa nord del Portogallo. Progettata dall’architetto Fernando Távora tra il 1956 e il 1958, è situata in una pineta che si estende tra la costa atlantica e il fiume Cávado, e rappresenta un esempio di perfetta integrazione con il paesaggio circostante. La costruzione si adatta alla morfologia del terreno, creando un rapporto organico con l’ambiente naturale.

La struttura si articola in tre volumi disposti attorno a un atrio centrale, con un’organizzazione funzionale chiara e intuitiva. Ciascun volume accoglie una funzione specifica: zona pubblica, zona privata e zona di servizio, collegate da un asse di distribuzione che attraversa longitudinalmente l’intera composizione. La zona pubblica è un ampio spazio aperto che integra la sala da pranzo, il soggiorno e un’area raccolta; la zona privata è un ambiente più organizzato, con un corridoio centrale che distribuisce le camere, pur mantenendo l’impressione di un unico ambiente continuo. La zona di servizio comprende cucina, stanza di servizio e lavanderia, collegate da un tinello che unifica ulteriormente gli spazi.

Il progetto manifesta una ricerca di continuità tra interno ed esterno, ottenuta tramite un attento controllo delle aperture sui prospetti. Queste aperture offrono scorci del giardino, accessibile da ciascuno dei tre volumi attraverso spazi intermedi definiti da coperture in aggetto. La pavimentazione che dal giardino sembra fluire all’interno, insieme all’uso di materiali locali come il granito, rafforza la connessione tra l’abitazione e il paesaggio circostante.

Alloggi per studenti nel Convitto “Vittorio Locchi”

Nel quadro di un programma edilizio più vasto, in prossimità dell’edificio del Convitto, la costruzione della Casa delle Studentesse sorge all’interno del parco privato sulla sommità di una collinetta, nei pressi dell’antico letto del fiume Almone, dove in epoca romana era una villa suburbana. Costruita tra il 1968 e il 1969, la Casa è situata al limite est del quartiere della Garbatella, in vista della via Cristoforo Colombo.

I limiti imposti dal P.R.G., mantenimento delle volumetrie esistenti, più che componente riduttiva hanno costituito, per Rosa, uno stimolo a trovare la migliore delle soluzioni possibili. Sfruttando la cubatura massima consentita, appena 1145 mc per 168 mq di superficie coperta in virtù di una costruzione esistente poi demolita, Rosa realizza un edificio con una articolata distribuzione degli spazi interni, che trovano un naturale compimento nella composizione dei fronti esterni.

La scoperta dei resti di una cisterna romana, annessa alla villa suburbana, ha costituito uno stimolo ulteriore per il processo progettuale di Rosa, che ha posizionato il nuovo edificio frontalmente al rudere; l’antico reperto dialoga con la nuova costruzione contrapponendosi in negativo, in un ambito semi-ipogeo, all’elevato della nuova residenza.

La soluzione adottata è stata quella di racchiudere tutto l’organismo edilizio in un volume, che pur presentandosi sostanzialmente compatto è sapientemente scavato in relazione alle funzioni degli spazi interni.

Tre livelli: un piano interrato, un piano terra ed un primo piano, costituiscono l’intero corpo di fabbrica; un solarium in copertura, arricchito dalle volumetrie dei lucernari che assicurano illuminazione naturale ai servizi sottostanti, consente la visione dall’alto dell’intera area circostante.

Il programma edilizio richiedeva alloggi per almeno quindici studentesse, oltre agli spazi destinati alla distribuzione orizzontale e verticale, ivi incluso l’ingresso principale. L’idea è stata di operare sulla sezione dell’edificio con uno slittamento del blocco delle stanze del primo piano rispetto a quelle del piano terreno, riuscendo ad assicurare qualità architettonica agli spazi interni, e ottenendo sul lato ovest dell’edificio, al primo piano davanti alle stanze, uno spazio di relazione che implementa la possibilità di scambio e condivisione del tempo libero. Dodici stanze, sei per piano, dotate ciascuna di servizio igienico e complementi fissi di arredo, disegnati per l’occasione dallo stesso Rosa; le stanze al piano terra si arricchiscono di una piccola loggia pertinenziale, effetto dello slittamento

La distinzione tra le stanze, aggregate per accostamento speculare lungo il lato est, e gli spazi di distribuzione e di relazione, sul lato ovest, ha determinato un fronte pubblico, molto chiuso verso strada, ed uno privato con le stanze aperte sul giardino.

La struttura, costituita da un telaio in cemento armato, si evidenzia all’esterno con la finitura a faccia vista degli architravi e degli intradossi delle aperture, incluse quelle delle piccole logge poste lungo il lato est.

Una ricerca stilistica rigorosa ha suggerito a Rosa la scelta di materiali tradizionali, di uso comune, laterizio, legno, metallo. Il magistrale impiego dei mattoni doppio UNI a superficie scabra, disposti in fase di progetto uno ad uno, adoperati sia costruttivamente che per alcuni dettagli, colloca questa residenza nel mezzo dell’ambiente naturalistico, e rammenta al contempo una scena urbana di stampo nord europeo.

I numerosi schizzi, dall’impianto generale fino al più piccolo particolare, testimoniano l’accurato processo progettuale teso a ribadire il fine ultimo del progettare, che è la costruzione e con essa l’idea, il disegno e lo schizzo.

La cura del dettaglio è estesa e minuziosa dal continuo colloquio con ogni singolo artigiano. Si spazia dai particolari esecutivi delle soglie prefabbricate per le finestre; del portone d’ingresso, in acciaio inox e profilati di ferro; al parapetto in tubolare metallico del solarium; e fino agli infissi monoblocco in legno disegnati al vero, in ogni loro componente; dai dettagli di finitura della scala interna, finanche alla griglia metallica posta a protezione dell’impianto radicale degli alberi all’esterno, indice di una estrema attenzione alla qualità del risultato, fermamente convinto che tale circostanza sia strettamente correlata alla qualità della vita di coloro che abiteranno quegli spazi.